Descrizione
A distanza di appena cinque mesi dalla canonizzazione di Giovanni XXIII e Giovanni Paolo II (27 aprile 2014), le figure dei due papi neo-santi offrono un eccellente quadro interpretativo della dichiarazione Nostra aetate a cinquant’anni dalla sua promulgazione.
La parola chiave di Giovanni XXIII sull’“aggiornamento”1 della Chiesa nel Concilio Vaticano II si riflette nell’esordio della dichiarazione Nostra aetate che circoscrive l’attuale epoca storica, segnata dalla globalizzazione, come punto di partenza di una spiritualità interreligiosa. Il contesto teologico della breve dichiarazione indica una svolta antropologica nella lettura dei “segni dei tempi”. È la prima volta che la Chiesa riconosce positivamente l’anelito religioso dei popoli all’interno del mistero della grazia di Cristo.
A partire dalla sua enciclica inaugurale Redemptor hominis (RH), l’intero pontificato di Giovanni Paolo II è centrato attorno ad una nuova auto-coscienza della Chiesa in vista in una “mappa delle religioni” (RH, 10) di cui ha preso atto il Concilio. Tale risvolta nella coscienza della Chiesa si pone in linea con il titolo latino della Nostra aetate che invita ad un nuovo “atteggiamento” (ecclesiae habitudo) nei confronti delle religioni di cui il suo pontificato ha dato ampiamente testimonianza.
L’attualità della Nostra aetate è strettamente collegata con la contestualizzazione del suo titolo che nella versione originale è stato rigorosamente formulato «De ecclesiae habitudine ad religiones non-christianas»2, tradotto approssimativamente nelle principali lingue con una ampia gamma di significati, da «la natura delle sue relazioni con» (italiano), «relationship with» (inglese), «Haltung» (tedesco), «relations avec» (francese), «en qué consiste su relacion con» (spagnolo). A cinquant’anni dalla loro promulgazione è da notare che i testi conciliari spesso non vanno più interpretati strettamente secondo l’ermeneutica storica e filologica, basata sulla versione latina, ma anche in modo trasversale e comparativo, come suggeriscono le diverse sfumature linguistiche delle maggiori traduzioni autorizzate e pubblicate sulla web-site vaticana. Una ricerca di prospettive nuove non può non partire dalla fedeltà alla versione originale.
È precisamente la preferenza della parola habitudo sul poco preciso «la natura delle sue [della Chiesa] relazioni con» che delimita le prospettive autentiche del testo. Non si tratta in primo luogo di una guida pratica o pastorale all’incontro con altri credenti, ma dell’espressione di una nuova spiritualità, di una nuova attitudine e mentalità nei confronti delle culture e tradizioni religiose. Pur indirizzando le altre religioni, il documento verte piuttosto sull’apertura degli stessi cristiani in un contesto globalizzato. Habitudo evoca uno stile di vita nuovo di tutta la Chiesa, nutrita dall’alterità del vasto mondo delle religioni. Ne è testimonianza il fatto che le idee della Nostra aetate si trovano sparse in quasi tutti gli altri documenti conciliari3.
Seconda la terminologia della fenomenologia religiosa la Chiesa qui intende praticare la epochè, una visione rispettosa e riconciliante sugli altri, che mantiene il dovuto distacco dalla propria identità di fede, pur considerandola allo stesso tempo, indispensabile per intuire con empatia ed oggettività la fede degli altri. Sotto questo aspetto il filo conduttore dell’intera dichiarazione è questa nuova habitudo di una “spiritualità dell’incontro interreligioso” che attinge dall’“intento basilare”5 del Concilio ed è destinata …





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