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Sono con voi fino alla fine del mondo

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Descrizione

Questa raccolta di discorsi e di omelie costituisce una nuova testimonianza della visione ecclesiale e pastorale di papa Francesco, oltreché uno specchio della sua capacità di comunicare, con semplicità e intensità, l’essenziale delle cose che contano per la vita cristiana. I temi toccati sono numerosi, ma uno sembra dominare su tutti: la speranza. Alle radici di quella che più volte viene chiamata la “gioia della fede” non ci sono infatti i desideri e le attese che ogni uomo coltiva guardando al futuro, ma c’è prima di tutto la grande speranza che nasce dall’incontro e dall’esperienza di Cristo. Con lui la speranza non è un miraggio che abbaglia e si allontana, è una luce certa che illumina l’esistenza per sempre. Da qui dunque occorre partire per cogliere il senso profondo del messaggio che via via Francesco – con l’afflato umano e missionario che gli è caratteristico – vuole consegnare al suo popolo, in quella prospettiva spirituale, pastorale e educativa che compenetra tutta la sua predicazione. Perché là è la speranza che apre il cuore, cambia la vita, proietta verso il futuro. Dalla speranza il discorso si estende e interagisce con tutte le problematiche dell’esistenza, con le sfide poste oggi al cristianesimo, con il modo nuovo di “essere Chiesa” e di andare incontro al mondo. Un obiettivo di rinnovamento e riforma possibile, per quanto impegnativo e di lunga prospettiva…

 

PRESENTAZIONE
di Giuliano Vigini

Una parola sembra imporsi su tutte le altre in questa rac­colta di omelie, discorsi e interventi dell’arcivescovo di Buenos Aires diventato vescovo di Roma e pastore della Chiesa universale. La parola è «speranza». Alle radici di quella che più volte viene chiamata anche qui la «gioia della fede» non ci sono i desideri e le attese che ogni uomo colti­va guardando al futuro, ma c’è la grande speranza fonda­ta sulla promessa di Cristo, «nostra speranza» (1 Tim 1,1), che si realizzerà pienamente nel giorno del Signore. Sen­za questa grande speranza, nella quale siamo stati salva­ti – come afferma san Paolo (Rm 8,24) -, c’è il rischio di in­seguire delle piccole speranze che col tempo svaniscono lungo il cammino, lasciando dietro di sé una scia di delu­sione, pessimismo e vuoto. Invece la vita radicata nel «Dio della speranza» (Rm 15,13), senza essere sottratta alle sof­ferenze e ai limiti, alle fragilità e alle fatiche della natura umana, guarda avanti con fiducia e letizia, perché appun­to è sostenuta dalla fede nella quale è indelebilmente scrit­ta la speranza.

Avendo Cristo come patria e via, meta e cammino, la spe­ranza non è un miraggio che abbaglia e si allontana; è una luce certa che illumina l’esistenza per sempre. L’incontro e l’esperienza di Cristo sono infatti il fondamento di tut­to, perché è in Lui – che ha trionfato sulla morte ed è risor­to – che sgorga come fonte di vita la speranza che «vede» il futuro. Con Gesù, «la Via, la Verità e la Vita» (Gv 14,6), il cristiano sa di non procedere al buio, né teme di rimanere schiacciato sotto il peso delle croci quotidiane, perché sa dove va e sa anche che non cammina da solo, ma con tut­ta la Chiesa. Non è un caso, del resto, che questa idea di Chiesa come popolo, casa, famiglia ricorra con insisten­za nella predicazione di Bergoglio, tanto da diventare una sorta di cartello indicatore del cammino da percorrere in­sieme, nella consapevolezza della propria appartenenza a una comunità di fede che vive di ascolto, fraternità, con­divisione, aiuto reciproco, sotto l’ala protettiva del per­dono, della misericordia e della dolcezza di Dio («Nelle braccia del Padre misericordioso»; «Rispondere alla tene­rezza di Dio»).

Da qui dunque occorre partire per cogliere il senso pro­fondo del messaggio che via via il pastore – con tutto l’af­flato umano e missionario che lo caratterizza – vuole con­segnare al suo popolo, in quella prospettiva cristologica ed ecclesiale, pastorale e educativa che compenetra tutta la sua predicazione. Perché qui sta la speranza che apre il cuore, cambia la vita e rende testimonianza ai tanti indivi­dui e popoli che si mettono al seguito del Dio che si è fatto uomo e si è preso cura di tutte le sofferenze e fragilità uma­ne, senza trascurare – sottolinea Bergoglio attraversando le pagine del Vangelo – alcun dettaglio, pur di soccorrere, prendere per mano, far rinascere la speranza là dove c’era soltanto dolore o tristezza.

Se l’obiettivo è tenere fisso lo sguardo su Gesù e impa­rare a imitarlo facendo quello che ha fatto Lui, il traguar­do, però, è sempre più in là rispetto a dove siamo noi. Quando l’arcivescovo parla delle resistenze nell’«aprire il cuore» o nell’«aprire le porte», egli mette l’accento sul­la fatica dei cristiani a convertirsi, a far entrare Gesù che bussa alla porta, a esercitare l’amore. Quando scuote la Chiesa locale che gli è stata affidata per invitarla a esse­re «la casa aperta del Padre misericordioso», capace di far sentire la sua tenerezza di Madre, vuol far capire che deve esserci un modo nuovo di «sentire la Chiesa». Quando in­vita a essere missionari, uscire per le strade e andare ver­so le periferie, con i sacerdoti in prima fila a «ungere» il popolo di Dio – a cominciare dai poveri, dai malati, dagli ultimi -, sale da lui un’esortazione chiara e forte ad avere, individualmente, un cuore più aperto e a diventare, come Chiesa, una comunità più accogliente, che trasforma dav­vero l’Eucaristia che la nutre in una fonte d’amore a Dio e al prossimo. Quando usa l’immagine degli «uomini-broc­che» – che si lasciano riempire il cuore dall’acqua viva del­lo Spirito – lancia sempre lo stesso messaggio di apertura come coscienza del proprio essere cristiani.

In questo contesto non può naturalmente mancare an­che la denuncia di tutto ciò che «indurisce» il cuore e lo chiude, non soltanto a Cristo, ma a tutto ciò che più im­porta al pastore: la cultura dell’incontro, del bene e della vita. Educarsi e educare gli altri a percorrere un cammi­no interiore che superi tutte le insidie delle «false libertà» (l’alcol, le droghe, il sesso…), sradichi gli egoismi personali – quelli che anche qui vengono chiamati gli «idoli» del de­naro o del potere, del carrierismo o della «mondanità spi­rituale» -, cancelli ogni forma di corruzione e spazzi via ogni patina di indifferenza: questi sono gli ostacoli che ieri Bergoglio e oggi Francesco esortano a rimuovere perché la Chiesa possa assolvere pienamente la sua missione di an­nunciare Cristo e servire l’uomo.

Qui si innesta anche il discorso sull’insieme di idee e va­lori da condividere con altre fedi e con tutti gli uomini di buona volontà che hanno a cuore il bene comune. Senza pregiudizi, riserve o preclusioni nei confronti di alcuno, a cominciare da quanti esercitano la politica. La quale, per quanto da tempo corrotta e screditata, è in sé una missione nobile, anzi una delle espressioni più alte di carità, se eser­citata con spirito responsabile, creativo e moralmente inte­gro, attraverso una testimonianza identitaria che può per­fino esigere il martirio.

Ma siccome la strada è sempre lunga e piena di inciam­pi prima che l’obiettivo sia raggiunto, la raccomandazione al suo popolo è di continuare a «camminare»: uno dei ver­bi più ricorrenti nel lessico di Bergoglio e, sempre più frequentemente, di Francesco, che attraverso l’immagine del cammino vuole indicare l’autentica missione della Chiesa. Senza lasciarsi fermare dalla paura o dalla stanchezza, sen­za preoccuparsi troppo di andare controcorrente, senza soggiacere alla tentazione dell’immediatezza dei risultati ottenuti, bisogna invece — forti della propria identità, me­moria e appartenenza come popolo di Dio in cammino ­essere capaci di lottare per assolvere fino in fondo alla pro­pria vocazione. Tanti interventi che qui si possono leggere — come «Il coraggio di perseverare» — lasciano chiaramen­te intravedere che per l’arcivescovo Bergoglio la fede cri­stiana è tale se non si riduce a una serie di verità astratta­mente enunciate, ma se si incarna nell’oggi dell’uomo: se diventa cioè una «fede-cammino», che sperimenta in mez­zo alla gente la fatica di credere, sperare e amare.

Per quanto diversi come carattere e stile umano, sem­bra di poter accostare, in questo, la figura di Bergoglio a quella del compianto cardinal Martini, già arcivescovo di Milano: non solo per la visibile impronta del «discerni­mento» ignaziano, ma anche per quell’animo spoglio ed essenziale, interiormente libero, profondo ed efficace di co­municare il brivido della fede nella concretezza del vivere. Nell’uno e nell’altro, le parole scendono nella carne viva dell’umanità, sul filo della storia del tempo, di cui sono sempre attenti a interpretare le sfide, i problemi e i dram­mi. Nell’uno e nell’altro, si fa strada l’idea di una Chiesa dinamica, creativa, alla ricerca di forme di annuncio e te­stimonianza sempre nuove, sia per ricostituire il legame spezzato tra la fede e la vita, sia per ridare un humus rige­neratore a una società secolarizzata, in cui il tessuto cri­stiano si è disgregato e impoverito. Nell’uno e nell’altro, c’è la franchezza, l’audacia e il rischio di chi vive in fron­tiera e sa che anche lì c’è una missione da compiere per portare la «buona notizia», generare speranza, affermare la coscienza dell’uomo e della sua dignità, con l’impegno di difenderla e rafforzarla nelle scelte fondamentali (la fa­miglia, il lavoro, la pace). Nell’uno e nell’altro, infine, si affronta con coraggio apostolico «la ricerca, la creatività, la navigazione in mare aperto» per essere, sacerdoti e laici insieme, cristiani innamorati di Cristo, testimoni del suo amore e dell’amore di una Chiesa-Madre.

Cambiare i cuori e riformare le strutture — partendo sem­pre, però, da se stessi, imparando a fare comunità, condi­videndo «il pane del cammino» — è possibile, per quan­to impegnativo e non immediato: e questa è la missione a cui il pastore chiama il suo popolo e tutti i cristiani. Lì è il «buon seme» che, ben coltivato, fa crescere la pianta che dà frutto e porta la vita, come più volte l’arcivescovo richiama anche in queste pagine meditando sulle Parabole evange­liche del Regno di Dio. Il seme del Vangelo è il seme del bene e della speranza, e quando cresce è una festa per tut­ti. Come a un banchetto che tutti hanno contribuito a pre­parare e al quale tutti sono invitati a partecipare con gioia.

 

ESTRATTO DAL PRIMO CAPITOLO

Verso il popolo con generosità di cuore (Lc 4, 16-21)

Si recò a Nazaret, dove era stato allevato; ed entrò, secon­do il suo solito, di sai nella sinagoga e si alzò a leggere.Gli fu dato il rotolo del profeta Isaia; apertolo trovò il pas­so dove era ritto: Lo Spirito del Signore e sopra di me; per questo mi ha consacrato con l’unzione, e mi ha mandato per annunziare ai poveri un lieto messaggio, per proclamare ai prigionieri la liberazione e ai ciechi la vista; per rimettere in libertà gli oppressi, e predicare un Anno di Grazia del Signo­re. Poi arrotoló il volume, lo consegno all’inserviente e sedet te. Gli occhi di tuffi nella sinagoga stavano fissi sopra di lui. Allora cominciò a dire: “Oggi si è adempiuta questa Scrittura che voi avete udito con i vostri orecchi” (Lc 4,16-21).

Oggi nella Messa Crismale, la Messa dell’unzione, tut­ti, vescovi, sacerdoti, consacrali e consacrale, tutto il popo­lo fedele, chiediamo al Padre che rinnovi nei nostri cuori l’unzione dello Spirito, che tutti noi abbiamo ricevuto nel Battesimo, la stessa unzione che unse il suo Figlio amato — il prediletto — e che Egli ci comunicò abbondantemente con le sue sante mani. Preghiamo il Padre che ci unga per essere pienamente suoi figli. Che le sue mani di Padre misericordioso si posino su di noi e curino le nostre ferite i figlioli prodighi. Che l’amore che scorre dolce e paziente dal suo cuore di Padre si riversi sulla totalità del suo po­polo — la Chiesa — unendoci, senza lasciare nessuna occa­sione a risentimenti e divisioni.

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