Descrizione
Quando l’ostia viene impastata con farine di un grano cresciuto su terre sfinite dai pesticidi e l’uva raccolta da una manodopera straniera sfruttata, che cosa stiamo portando all’altare, esattamente, per la consacrazione?
Da questa domanda Benoît Sibille muove un’argomentazione tagliente sulla complicità involontaria fra liturgia e tecno-capitalismo. La sua tesi è: l’insistenza moderna sulla presenza reale di Cristo ha finito per renderci realmente indifferenti al pane e al vino, ai suoli, ai corpi che li lavorano, ai gesti contadini.
Contro un rito senza mondo, Sibille propone un materialismo della fede: l’eucaristia non è una tecnica di salvezza che usa pane e vino come strumenti neutri, ma il gesto in cui un mondo concreto diventa Regno. Nessuna ortodossia senza ortoprassi; nessuna transustanziazione che assolva un pane di morte.
A discutere il libro, in appendice, due contributi inediti: Qui Roma di Andrea Grillo e Qui Parigi di Marco Gallo.





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