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Incontriamo Gesù

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Descrizione

Con precisione teorica e chiarezza espositiva, il volume offre approfondimenti agli Orientamenti per l’annuncio e la catechesi in Italia, il testo fondamentale per l’evangelizzazione e per la catechesi che accompagnerà il cammino di tutti gli operatori pastorali nei prossimi anni. Gli approfondimenti sono a cura dei membri della Commissione episcopale e di alcuni esperti che collaborano a vario titolo con l’Ufficio catechistico nazionale.

 

PREFAZIONE
di Nunzio Galatino 

La prima riflessione che mi viene in mente, prendendo in mano questi Orientamenti e gli appropriati commenti a essi dedicati, è come, lungo tutto l’iter per arrivare al documento Incontria­mo Gesù, si è sempre unanimemente insistito sulla validità, ancora oggi, del documento base Il Rinnovamento della Catechesi, da integra­re — certo — ma assolutamente da non sostituire. Nell’Introduzione al n. 4 sta scritto: «Il DB è, e rimane, la “Magna Charta” del rinnova­mento della catechesi. I presenti Orientamenti intendono essere un testo significativo, in questo tempo di nuova evangelizzazione, per aiutare le nostre Chiese a prolungare lo spirito del DB e le sue intu­izioni, riproponendo un comune impegno nell’annuncio coraggioso del Vangelo e nel cammino di maturazione della risposta di fede di ogni battezzato». E mi piace, a questo punto, tornare a esplicitare i grandi pilastri teologico-pastorali del Documento Base stesso, mai messi in ombra dagli Orientamenti: Gesù Cristo come centro vivo del­la catechesi (cf. in particolare RdC 56-58); una catechesi per la vita cristiana che miri a formare una mentalità di fede (cf. in particolare RdC 38) e che favorisca l’integrazione tra fede e vita (cf. RdC 52-55), mettendo in stretta relazione la parola di Dio con i problemi umani (in particolare RdC 77); infine una catechesi permanente, destinata a tutti, soprattutto agli adulti (cf. in particolare RdC 124), fedele a Dio e fedele all’uomo (cf. in particolare DB 160), valorizzando anche le scienze umane, antropologiche e psicopedagogiche.

Papa Francesco, incontrando i vescovi italiani riuniti in Assemblea il 19 maggio 2014, ha inserito l’oggetto degli Orientamenti per l’annun­cio e la catechesi in un contesto assai indicativo e — come spesso ci ha abituati — originale: «Abbiate fiducia che il popolo santo di Dio ha il polso per individuare le strade giuste. Accompagnate con larghezza la crescita di una corresponsabilità laicale; riconoscete spazi di pensiero, di progettazione e di azione alle donne e ai giovani: con le loro intuizioni e il loro aiuto riuscirete a non attardarvi ancora su una pa­storale di conservazione — di fatto generica, dispersiva, frammentata e poco influente — per assumere, invece, una pastorale che faccia per­no sull’essenziale. Come sintetizza, con la profondità dei semplici, santa Teresa di Gesù Bambino: “Amarlo e farlo amare”. Sia il nocciolo anche degli Orientamenti per l’annuncio e la catechesi che affronterete in queste giornate».

Il papa — con un chiaro apprezzamento (più volte manifestato) nei confronti dell’enorme sforzo profuso in più di un quarantennio nella pastorale delle chiese in Italia — ci indica dunque quattro dimensio­ni di fondo per continuare a rinnovare la missione evangelizzatrice delle nostre comunità: la corresponsabilità concreta tra laici e pastori; il chiaro pericolo di una pastorale conservativa che non si concentri sull’«essenziale»; la testimonianza di amore condensata nella citazio­ne di santa Teresina; e infine l’idea che l’annuncio e la catechesi si trovino al centro, al «nocciolo» dell’azione pastorale. Provo a declina­re queste quattro dimensioni attraverso immagini concrete desunte dagli Orientamenti.

Anzitutto alla prima dimensione corrisponde un impulso forma­tivo, a partire dalle stesse realtà parrocchiali, che veda laici e laiche, diaconi e presbiteri insieme. A tale scopo è auspicabile favorire anche momenti di formazione comune: catechisti, operatori pastorali, ope­ratori caritas, animatori liturgici, responsabili di aggregazioni laicali e parroci che, nella comunione e nella complementare corresponsabili­tà, si confrontino attraverso il dialogo a operare secondo le indicazioni del magistero, da incarnare nelle diverse situazioni. I nn. 65-66 degli Orientamenti sono, sotto questo profilo, molto incisivi. Una parola va spesa sul fatto che nelle diocesi non sempre i direttori degli uffici pos­siedono una competenza catechetica e catechistica adeguata, la quale, tra l’altro, potrebbe dare un qualificato apporto nella formazione dei catechisti. Dobbiamo fare ogni sforzo perché alla catechesi — e soprat­tutto alla formazione degli operatori e dei catechisti — siano dedicate le risorse migliori.

Una pastorale conservativa in ambito catechistico è presto detta: si tratta di una catechesi che non si preoccupa di giovani e adulti. Così facendo essa — di per sé — nega ciò che promette, perché non attua percorsi mistagogici (in età adolescenziale e giovanile) né mostra ra­dicamento nella vita adulta. Nella fase di raccordo tra catechesi per l’iniziazione cristiana e catechesi permanente, i giovani sono chiamati a divenire responsabili diretti della propria vita di fede, avendo come obiettivo un graduale e sempre maggiore inserimento nella comunità ecclesiale locale, sentendosi sempre più parte attiva del popolo di Dio. Ma perché il percorso mistagogico possa avere efficacia concreta, sarà necessario che sia impregnato di esperienze concrete di liturgia, preghiera, carità, ma anche di esperienze bibliche, pietà popolare, cul­tura cristiana e primi impegni e responsabilità all’interno della vita comunitaria parrocchiale.

Una catechesi concentrata sull’«essenziale» e sulla testimonianza è una catechesi impregnata di vangelo. La stessa Santa di Lisieux, giovane di cultura assai elementare, ha trovato — secondo i suoi più accreditati biografi — proprio nelle Scritture quel nutrimento di gra­zia che l’ha resa dottore della Chiesa. È necessario attivare in ogni comunità iniziative di formazione, eventualmente vere e proprie «scuole bibliche», possibilmente coordinate e seguite a livello dio­cesano ma operanti nel territorio, atte a formare i responsabili dei gruppi biblici. È necessaria, infatti, una corretta formazione biblica, ma anche umana e spirituale dei responsabili e una continua siner­gia con il parroco, affinché non si corra il rischio di creare gruppi distaccati dalla parrocchia.

Se il «nocciolo» della pastorale è l’evangelizzazione, al «nocciolo del nocciolo» non sta un discorso, ma un’esperienza che continua­mente sgorga dal fonte battesimale delle nostre cattedrali. Nella Ve­glia di Pasqua — ormai anche nelle diocesi più piccole — il vescovo battezza, cresima e comunica adulti che hanno deciso di seguire Cri­sto, hanno ascoltato la sua chiamata, lo hanno incontrato, lo hanno accolto come Signore e maestro. Il dono di questi catecumeni che sempre si rinnova nelle nostre comunità è forse il segno più bel­lo, il frutto più esplicito del lavoro dello Spirito nelle pieghe della vita quotidiana delle nostre chiese, che testimoniano – con povertà, ma anche con fedeltà e fiducia nella misericordia di Dio – il grande dono della fede nell’amore del Padre.

 

PRESENTAZIONE

Non è con un documento che si muta volto alla catechesi. O non solo con un documento. Del resto, neppure nel 1970, pubblicando il Documento Base, i vescovi italiani ebbero una simile pretesa. Si ponevano piuttosto in continuità con alcune forti intuizioni conciliari per verificare «esigenze e orientamenti [della ca­techesi] nell’attuale momento pastorale» (RdC, Presentazione). In altre parole: non è un documento da sé solo a poter rinnovare; è però un documento – soprattutto se dai vescovi voluto, elaborato e recepito a larghissima maggioranza – a poter richiamare la Chiesa al compito missionario che le è stato affidato e che la qualifica, attivando una sensibilità, un dinamismo, una progettualità.

Il Rinnovamento della Catechesi fu seguito dalla preziosa stagione dei catechismi, apparsi prima in forma sperimentale e quindi defi­nitiva; stagione che fu segnata anche dalla pubblicazione delle note di accompagnamento dei testi o di ripresa di RdC in occasione delle grandi ricorrenze dalla sua pubblicazione. In questa linea, col passare degli anni, vanno opportunamente ricordati il trittico sull’iniziazione cristiana (cf. IC/1-3) nonché le citazioni – mai solo retoriche – delle tematiche relative all’annuncio e alla catechesi negli orientamenti pa­storali decennali della CEI.

Negli anni era maturata l’idea, in alcuni studiosi, dell’opportunità di «riscrivere il Documento Base», in modo da recepire l’istanza di una Chiesa che intende ridisegnare le proprie pratiche: annuncio, ca­techesi, mistagogia, cura della fede in chi si avvicina al cristianesimo e in chi lo è da sempre, testimonianza, liturgia e carità. In tal modo, si intendeva cogliere l’esigenza di molti pastori e catechisti di poter ave­re del ministero dell’evangelizzazione e della catechesi uno sguardo «sistemico» globale, entro il quale collocare le proposte formative e le sussidiazioni che molti andavano pubblicando.

Le vicende recenti che hanno portato ai nuovi Orientamenti sono state richiamate dal presidente della CEDAC, il 21 maggio scorso, in­troducendo la discussione in seno all’Assemblea generale della CELI In quella occasione veniva ricordata anzitutto l’intuizione originaria di un «documento condiviso» che si ponesse in continuità col Do­cumento Base: il riconoscimento del valore di RdC come «la “Magna Charta” del rinnovamento della catechesi» (IG 4) ha portato a preci­sare la proposta nel senso di una continuazione e integrazione, che tenesse il documento del 1970 come fondamento e quadro imprescin­dibile, operando un raccordo con quanto ritenuto valido del lavoro compiuto in Italia in oltre quarant’anni.’

Il lavoro di preparazione è poi proseguito secondo la scansione impostata dalla CEDAC con l’avvallo del Consiglio Episcopale Per­manente. È stata voluta, in particolare, un’ampia consultazione di esperti e incaricati diocesani mediante i Convegni catechistici regio­nali del 2012, due Seminari della CEDAC, ripetute Consulte nazionali dell’UCN dedicate al tema e la raccolta di interventi personali. Tutto ciò ha condotto a varie stesure della bozza, che è stata sottoposta nel 2013 ai singoli vescovi e discussa nelle Conferenze episcopali regio­nali. L’apporto dei pastori è proseguito con il dibattito nell’Assemblea Generale della CEI, che ha visto molti interventi, competenti e appas­sionati, e si è concluso con una votazione (186 voti a favore, 10 con­trari), che fa del nuovo testo una degna continuazione del Documento Base anche sotto il profilo del consenso corale ricevuto.

L’Équipe dell’UCN (dal 2010 al 2013 arricchita anche dell’apporto dell’aiutante di studio don Carmelo Sciuto e assistita costantemente dal personale di segreteria) ha avuto il privilegio di essere testimone diquesti passaggi e di poter collaborare ad alcuni di essi, sempre nel rispetto della dinamica che pone l’operatività dell’UCN in dipenden­za dagli indirizzi dati dalla CEDAC. Nel complesso, si è trattato di un lavoro certo non breve ma tutt’altro che dispersivo, approdato a un documento che rappresenta realmente un punto di condivisione maturo tra le istanze ecclesiali emerse.

Viene ora il momento della ricezione, come già segnalato da mons. Nunzio Galantino nella Prefazione. I contributi raccolti qui di seguito — dovuti anzitutto ai vescovi membri della CEDAC, poi all’Équipe UCN e a vari esperti che sono stati coinvolti nei lavori preparatori o che collaborano costantemente a livello nazionale — si propongono appunto di accompagnare questa fase.

Una ricezione che non potrà consistere solo in un’operazione passiva: gioverebbe poco al cammino delle nostre Chiese un’accoglienza rispettosa ma tutto sommato formale. Come accade in ogni autentica dinamica di traditio/redditio, si tratta invece di approfondire, di coglie­re priorità e provocazioni, di riflettere sulla praticabilità in loco delle proposte di lavoro collocate in chiusura dei singoli capitoli, di continuare, arricchire, ricreare.

In questo modo anche un testo può contribuire a stimolare una vita e a suscitare benefiche relazioni tra diocesi, istituzioni accademi­che, centri editoriali, singoli esperti e persone attive sul territorio. Per una Chiesa che possa, oggi come ieri, realizzare con gioia il mandato missionario ricevuto dal suo Signore.

 

INTRODUZIONE

Perché i nuovi Orientamenti?

Con uno sguardo grato al Signore – ispirato dall’inizio della Prima Lettera ai Tessalonicesi – si dà ragione di questi Orientamenti nell’attuale contesto, facendo memoria delle gioie e delle fatiche del cammino dell’evangelizzazione in Italia.

CON LA POTENZA DELLO SPIRITO SANTO
1 Ts 1,5a

Paolo e Silvano e Timòteo alla Chiesa dei Tessalonicesi che è in Dio Padre e nel Signore Gesù Cristo: a voi, grazia e pace. Rendiamo sempre grazie a Dio per tut­ti voi, ricordandovi nelle nostre preghiere e tenendo continuamente presenti l’ope­rosità della vostra fede, la fatica della vostra carità e la fermezza della vostra spe­ranza nel Signore nostro Gesù Cristo, davanti a Dio e Padre nostro. Sappiamo bene, fratelli amati da Dio, che siete stati scelti da lui. Il nostro Vangelo, infatti, non si diffuse fra voi soltanto per mezzo della parola, ma anche con la potenza dello Spirito Santo e con profonda convinzione: ben sapete come ci siamo comportati in mezzo a voi per il vostro bene.

1 Ts 1,1-5

Corinto, primavera tra il 50 ed il 51 d.C.: l’apostolo Paolo, dopo aver ricevu­to da Timoteo buone notizie sui cristiani di Tessalonica, scrive loro una lettera in cui traspare gioia, consolazione, ma anche l’ansia per la giovane comunità. Paolo infatti (come si legge in Atti 17) era stato costretto da una persecuzione ad interrompere, bruscamente, la sua predicazione. Cominciano probabilmente proprio con questa lettera gli scritti del Nuovo Testamento: un apostolo missio­nario, la sua comunità, le inevitabili fatiche, l’allontanamento, l’attesa e la gioia di riannodare un dialogo nello Spirito, mai interrotto.

Possiamo così gustare la contentezza dell’apostolo nel ripensare un’opera evangelizzatrice che ha avuto inizio con una chiamata «in Dio Padre e nel Signore nostro Gesù Cristo» e nella consapevolezza della «potenza dello Spirito Santo». Paolo loda i Tessalonicesi per «l’operosità della vostra fede, la fatica della vostra carità e la fermezza del­la vostra speranza». Tutto questo, pur nel forzato allontanamento, riempie l’ani­mo dell’apostolo di gratitudine e di intima gioia: la sua fatica ed il suo lavoro per il Vangelo non sono stati vani!

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