Descrizione
È ampiamente condivisa la problematizzazione del pensare occidentale.
M. Heidegger parla della “fi ne della fi losofi a” così come si è venuta affermando
in Occidente; H.-J. Gadamer critica l’assolutizzazione del metodo
scientifi co quale garanzia del sapere affi dabile a fronte dell’area infi nita
della verità; Th. Adorno e E. Levinas sottolineano un certo nesso tra “la
metafi sica dell’essere in quanto essere”, variamente declinata in Occidente,
e la “Shoah”; J. Derrida denuncia il logocentrismo del pensare occidentale
e lo smarrimento dell’onda sotterranea del dire1. All’ovvio rilievo che
la critica non può risparmiare il pensare biblico-cristiano, momento costitutivo
del pensare occidentale, si risponde che, nel tentativo di trasfi gurare il
mondo greco-pagano, tale pensare è stato per un verso arricchito e per l’altro
mortifi cato. Quella greco-pagana e quella biblico-cristiana sono, infatti,
due prospettive che, variamente coniugate, hanno dato luogo a una terza
prospettiva, quella appunto occidentale, al centro di queste rifl essioni.
Ora, in merito a tale prospettiva ci si chiede se, al termine della bimillenaria
stagione speculativa, non si imponga il compito, oltre che di prendere
atto dei risultati, di metter mano a una sorta di ripensamento paradigmatico.
Ma in quale direzione? Non più nella direzione della razionalità, che
ha animato il pensare fi losofi co-teologico dell’Occidente, sia pure secondo
modalità plurali e consapevolmente fallibili, bensì nella direzione della
libertà di taglio biblico-cristiano, teorizzata dalla Scuola francescana nei
secc. XIII e XIV. Se adeguatamente esplorata, tale prospettiva pare in grado
di alimentare un rinnovato pensare fi losofi co-teologico a sostegno del
riassestamento in atto dell’umanità.
L’organigramma del percorso si articola in due serie di rifl essioni. Anzitutto,
si mette in luce la differenza qualitativa tra la prospettiva …





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