Descrizione
INDICE
Editoriale
2 Manuel Belli
Il sabato e l’uomo
Studi
4 Hélène Bricout
Il diritto e la coscienza ecclesiale
9 Massimo del Pozzo
L’eredità liturgica del Codice del 1917
14 Umberto Rosario Del Giudice
Discontinuità strutturale e rinnovamento atteso
19 Daniele Piazzi
Praenotanda e rubriche
24 Andrea Grillo
Diritto liturgico e diritto sacramentale
29 Pietro Maranesi
Tra teologia e diritto canonico
36 Giuseppe Costa
Diverse velocità: tra teologia, prassi e norma
42 Manuel Belli
Il valore energetico del precetto
47 E lena Massimi
Tra “universalizzazione” e “particolarizzazione” Formazione
53 A lessandro Deho’
L’eco del genuinamente umano
6. La norma e la regola
58 N orberto Valli
Spes non confundit
6. La speranza viene dallo Spirito
Asterischi
63 Bruce T. Morrill
Se si sbaglia la formula?
Un caso concreto
68 Segnalazioni
69 Indice annata 2025
EDITORIALE
Manuel Belli
Il sabato e l’uomo
«Il sabato è stato fatto per l’uomo e non l’uomo per il sabato» (Mc 2,27). Si tratta di una di quelle frasi di Gesù che probabilmente più si è prestata a diventare una sorta di bandiera di una sensibilità, in questo caso legata a un certo modo di guardare la realtà con un sospetto sullo sfondo per le regole. Ricordo che, da seminarista, era una delle citazioni preferite in occasione dei conflitti con le autorità: gli studenti con un’indole poco incline ad accettare norme non condivise la usavano a fronte di regole considerate sterili. Il problema è che non è facile andare oltre a reazioni di pancia quando si parla di regole, in quanto vanno a solleticare quel pezzo di adolescenza irrisolta che tutti portiamo dentro. Secondo le più classiche teorie sulla genesi del senso morale, noi passiamo da una morale convenzionale a una morale autonoma con l’avvento dell’adolescenza: le regole per un bambino sono assolute in quanto garantite da un’autorità. La loro obbedienza ci restituisce un volto accettabile di noi stessi: se segui quello che dicono i genitori sei “bravo”, altrimenti sei “cattivo”. Da adolescenti iniziamo a scoprire che il mondo è più complicato: le norme hanno senso perché custodiscono un valore e i valori richiedono di essere compresi dentro la complessità della realtà. Talvolta la realtà risulta così complessa che il binomio valore-norma potrebbe essere risolto in modalità regressiva. La norma ha qualcosa di rassicurante e le si potrebbe attribuire una sorta di potere magico: se seguo una norma posso essere considerato nel giusto, al di là dell’oggetto del valore. Ho sempre vissuto con grande insofferenza dei contesti ecclesiali dove si inizia a lavorare su un valore, ma, di fronte al disaccordo, si finisce per invocare l’autorità che, con una norma, dirima la questione e tutti si attengano; l’unico valore accettabile sarebbe l’obbedienza alla norma, per non affrontare il problema del conflitto. Il rito per antonomasia ha dei caratteri istituzionali e normativi. Louis- Marie Chauvet sostiene che la liturgia è interruzione simbolica dell’esistenza: il rito realizza la propria identità e “funziona” nella misura in cui è in grado di istituire un tópos, ossia un luogo, “altro” rispetto al quotidiano: l’eterotopia del rito consente così «di passare dal regime funzionale della fruibilità delle cose al regime simbolico del lo ro senso»1. Eberhard Jüngel sostiene che nella liturgia avviene una «interruzione elementare del contesto vitale mondano»2. Il rito realizza la propria capacità di eterotopia anche grazie alla sua normatività: il rito non è manipolabile e addomesticabile, impatta con il soggetto nella misura in cui ne viene custodita l’alterità. E la norma dovrebbe custodire la capacità rituale di scompaginare il soggetto. Ma non è facile lasciarsi scompaginare: potrebbe prevalere il desiderio di cercare nel rito rassicurazione, rinforzo dell’identità, senso di appartenenza. In questa logica potrebbe accadere un paradosso: eseguire la norma nella sua più rigida oggettività come semplice alimento della soggettività. E così le norme, che dovrebbero custodire il “tu” del dialogo tra il Signore e il credente nel rito, diventano monologo rassicurante. Certamente, una norma che non obbliga a nulla non è una norma. Ma una norma il cui unico valore è “obbligare” per innescare logiche rassicuranti non è una norma generativa. Celebrare un rito senza incontrare il Signore non sarebbe tale: la norma è essenziale per custodire un’alterità che non sia illusoria. Ma la norma non è esente da ambiguità: eseguire pedissequamente tutte le norme rituali potrebbe paradossalmente disinnescare lo specifico relazionale del rito. Ma quali sono le norme rituali? Come si è dato il rapporto norma-rito nella storia? Quali sono state le ambiguità? E quali le risorse? Il numero di Rivista di Pastorale Liturgica che qui inizia vorrebbe entrare nelle pieghe del delicato rapporto tra norma e liturgia.





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