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Asprenas n. 4/2023

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COD: 59345 Categoria:

Descrizione

PRESENTAZIONE

«Le gioie e le speranze, le tristezze e le angosce degli uomini d’oggi, dei poveri

soprattutto e di tutti coloro che soffrono, sono pure le gioie e le speranze, le

tristezze e le angosce dei discepoli di Cristo, e nulla vi è di genuinamente umano

che non trovi eco nel loro cuore […]. La comunità dei cristiani si sente realmente

e intimamente solidale con il genere umano e con la sua storia […]. Si tratta di

salvare l’uomo, si tratta di edificare l’umana società […]. Per svolgere questo

compito, è dovere permanente della Chiesa di scrutare i segni dei tempi e di interpretarli

alla luce del Vangelo, così che, in modo adatto a ciascuna generazione,

possa rispondere ai perenni interrogativi degli uomini sul senso della vita

presente e futura e sulle loro relazioni reciproche» (Gaudium et spes 1, 3 e 4) .

Le parole con le quali si apre la costituzione pastorale del Concilio

Vaticano II sulla Chiesa nel mondo contemporaneo conservano, a quasi

sessant’anni dalla sua promulgazione (il 7 dicembre del 1965), una

forza e un’attualità straordinarie: in un tempo segnato da una velocità

di cambiamenti che sembra destinata a incrementarsi sempre più – un

tempo nel quale si è, come mai prima d’ora, esposti al rischio di “perdere

dei pezzi”, trascinati dal turbinio degli eventi con i quali è difficile

stare al passo –, la comunità cristiana non può sottrarsi a un attento

ascolto dell’umano e delle sue istanze più profonde, per rispondere a

quanto di quell’umano non è ancora giunto, se non a compimento, almeno

a una sua chiara espressione. Tra le dimensioni dell’umano che

ancora domandano di essere pienamente accettate, accolte e valorizzate

– in una parola “elaborate” – vi è, indubbiamente, quella dell’alterità

uomo-donna, che passa inevitabilmente per la restituzione (o, forse addirittura,

per il riconoscimento) della dignità e della specificità proprie

del femminile, che per secoli è stato “misurato” sul maschile e che oggi

sembra, finalmente, possa essere guardato per il valore e la peculiarità

che porta in sé. Per quanto, infatti, l’antropologia biblica – nonostante

i limiti culturali di cui inevitabilmente è portatrice, dovuti ai contesti di redazione

del testo sacro, che sono tutt’altro che indifferenti alla mediazione

della rivelazione divina – sia un’antropologia della reciprocità,

che non mortifica la differenza maschio-femmina, ma ne trova il suo

fondamento e la sua ultima ragion d’essere in Dio stesso (il quale «creò

l’uomo a sua immagine; a immagine di Dio lo creò; maschio e femmina

li creò» Gen 1,27), va riconosciuto che anche nel mondo cristiano la

donna ha vissuto una condizione di sottomissione al maschio, che spesso

le ha impedito di poter esprimere in pienezza la propria identità e il

proprio “genio” (per utilizzare una categoria cara a Giovanni Paolo II:

cf. Lettera alle donne 9-12).

Nel messaggio che, a chiusura del Concilio Vaticano II (8 dicembre

1965), Paolo VI rivolgeva alle «donne di ogni condizione», dichiarava,

con sguardo profetico e con grande autorevolezza:

«La Chiesa è fiera, voi lo sapete, d’aver esaltato e liberato la donna, d’aver

fatto risplendere nel corso dei secoli, nella diversità dei caratteri, la sua uguaglianza

sostanziale con l’uomo. Ma viene l’ora, l’ora è venuta, in cui la vocazione

della donna si completa in pienezza, l’ora in cui la donna acquista nella società

un’influenza, un irradiamento, un potere finora mai raggiunto. È per questo, in

questo momento nel quale l’umanità sperimenta una così profonda trasformazione,

che le donne imbevute dello spirito del Vangelo possono tanto per aiutare

l’umanità a non decadere» (nn. 2-4).

Per quanto sia innegabile che le parole di Paolo VI abbiamo trovato

solo parziale compimento negli anni che ci separano da lui, va detto

che, proprio sulla base di un ascolto del mondo più libero da precomprensioni

e grazie a un’obbedienza più critica all’autentica tradizione

biblica e cristiana, i passi fatti dalla Chiesa nella direzione della valorizzazione

e della promozione del femminile sono numerosi e non sono banalmente

riducibili al riconoscimento di “quote rosa” o all’assegnazione

di incarichi “visibili” all’interno della compagine ecclesiale. Basti pensare

al valore che hanno avuto, nel panorama teologico ed ecclesiale post-

conciliare, documenti come la lettera apostolica Mulieris dignitatem

di Giovanni Paolo II sulla dignità e sulla vocazione della donna (15 agosto

1988), o la sopra citata Lettera alle donne (29 giugno 1995), e ancora

la Lettera ai vescovi della Chiesa cattolica sulla collaborazione dell’uomo

e della donna nella Chiesa e nel mondo (31 maggio 2004) dell’allora Congregazione

per la Dottrina della Fede, testi che fanno da sfondo e da preparazione

remota ai recenti interventi di papa Francesco, tra i quali va ricordata l’omelia del

1° gennaio 2024, in occasione della Solennità di

Maria Santissima Madre di Dio e nella LVII Giornata mondiale della

pace, nella quale il pontefice ha dichiarato che «ogni società ha bisogno

di accogliere il dono della donna, di ogni donna: di rispettarla, custodirla,

valorizzarla, sapendo che chi ferisce una sola donna profana Dio,

nato da donna». Il vero problema non è tanto l’inserimento delle donne

nelle strutture esistenti, quanto piuttosto la possibilità di poter ripensare

le strutture stesse sociali ed ecclesiali a partire dalla polarità

uomo-donna che, per la fede giudaico-cristiana, connota l’umano dall’in-

principio. La vera scommessa sta, allora, nel liberarsi dall’idea di femminile

come “maschio mancato” (mas occasionatus) o, comunque, come

un essere umano costitutivamente destinato alla subordinazione, per

cogliere nella polarità uomo-donna la pienezza dell’umano, in tutte le

sue sfaccettature, al di là di ogni contrapposizione come anche di ogni

omologazione. D’altro canto, come si diceva, vi è un proprium del femminile,

che per il santo padre Francesco va colto a partire dalla considerazione

che «la donna è colei che fa bello il mondo, che lo custodisce e

mantiene in vita. Vi porta la grazia che fa nuove le cose, l’abbraccio che

include, il coraggio di donarsi» (Discorso a una delegazione dell’“American

Jewish Committee”, 8 marzo 2019).

La Sezione San Tommaso d’Aquino della Pontificia Facoltà Teologica

dell’Italia Meridionale ha voluto rendere stabile l’interesse per l’universo

femminile: a questo scopo, nel 2022, è stato istituito il Laboratorio

permanente sul genio femminile, che ha promosso il convegno nazionale

dedicato al tema Donne, poesia e amore della Sapienza, tenutosi il 13 e 14

ottobre dello stesso anno presso la sede di Capodimonte. Il convegno

– i cui Atti vengono raccolti nel presente fascicolo – ha inteso mostrare,

come in quell’occasione ha dichiarato una delle promotrici del laboratorio,

Carmela Bianco, che «l’universo femminile può custodire l’armonia

dell’esistenza nell’atto generatore della cultura stessa, dal mondo

antico alla contemporaneità, tanto nella scrittura quanto nell’arte, in

sintonia con l’evoluzione sociale» e, ci sembra di poter aggiungere, con

il progresso delle scienze religiose e teologiche.

La sapienza teologica, alla quale il femminile non è estraneo – nonostante

la “marginalizzazione” vissuta per lungo tempo –, non ha solo

molto da dire alle donne, ma sempre più deve mettersi in ascolto del

mondo femminile e lasciare che esso possa esprimersi in tutta la sua

variegata e multiforme ricchezza, portando a piena maturazione quella

“apertura al femminile” che – come ha dichiarato all’apertura dei lavori

del convegno l’allora decano della Sezione Francesco Asti – «può oggi

felicemente incarnarsi nell’operosità di gesti semplici e importanti, da

compiere a ogni livello. Se la donna è stata identificata con l’immagine

della forza e della bellezza, nel senso più nobile della sua accezione,

quale artefice o semplice ispiratrice delle arti e delle culture, la riscoperta

decisa del genio femminile può agevolare il tanto auspicato “cambiamento

del sistema”, sostituendo la logica del dominio con quella del

servizio e della cura».

È questo l’orizzonte entro il quale intendono muoversi i cinque

contributi qui presentati, che, secondo curvature e sensibilità differenti

ma complementari, offrono una stimolante lettura storico-teoretica di

figure e di opere che, a vario titolo, hanno a che fare con le donne, dal

mondo antico ai nostri giorni.

GIANPIERO TAVOLARO

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